Vigevano - Mostra Permanente Leonardo da Vinci - I luoghi, gli studi e le macchine


LA STORIA DEL MULINO

La data di fondazione del Mulino di Mora Bassa risale, probabilmente, al periodo sforzesco ed agli anni di costruzione della Roggia Mora: infatti, in data 1496, quando il 16 gennaio, Ludovico il Moro diede in gestione a Guglielmo da Camino i suoi mulini lungo la Roggia Mora, il Mulino è contemplato tra il patrimonio esistente. Negli antichi documenti l'edificio molitorio fa parte dei possedimenti della Sforzesca e, in quanto tale, segue le sorti del grande tenimento di Ludovico il Moro. Nel 1494, il moro offre in dono di nozze alla moglie Beatrice d'Este l'intera proprietà, ma quattro anni più tardi, dopo l'improvvisa morte della sposa, la cede con i possedimenti terrieri, e quindi anche con il Mulino, ai Domenicani milanesi di Santa Maria delle Grazie, i quali ne tengono la proprietà fino alla soppressione dell'ordine (con relativa confisca comunale) da parte della Repubblica Cisalpina nel 1798.


Il Mulino di Mora Bassa è menziona, insieme a quello di Mora Alta in un documento del 1541 redatto da Princivalle da Monte e dai frati Vincenzo da Occimiano e Angelo da Milano durante un sopraluogo per l'elencazione dei beni della Sforzesca.
Gli autori, infatti, testimoniano di essersi recati ad molendinum duplicatum positum super Rugia Mora quod est juris et proprietatis dictorum bonorum Sforziane... (Milano, Archivio di Stato, Fondo Religione, parte antica, 1416 ).


Grazie agli atti conservati nell'Archivio Saporiti di Vigevano è anche possibile identificare dall'anno 1700 alla metà dell'800 il nome dei mugnai che, in successione, dal 1700 al 1834, lavorarono all'interno dell' edificio. Interessanti risultano le clausole d'affitto, che consentono di conoscere il tipo di rapporto che si instaurava tra il mugnaio ed i Padri di Santa Maria delle Grazie di Milano. Ad esempio, all'inizio del 1700 il pagamento avveniva in natura con la fornitura, ogni anno, di un discreto quantitativo di macinato nel modo seguente: 60 sacchi di grano, 42 di frumento, 20 di segale, 28 di mistura. questo tipo di pagamento si protrasse fino al 1797.
Dopo un breve periodo in cui il Mulino risulta di proprietà della Cà Granda di Milano, nel 1803, il Marchese Saporiti riscatta Mora Bassa e tutta laa Sforzesca allo Stato Napoleonico, lasciando poi tutto il patrimonio in eredità al nipote di Reggio Emilia, Rocca, cui Carlo Alberto, come re sardo piemontese, riconoscerà il Marchesato della Sforzesca nel 1845.
a seguito di una divisione ereditaria il Mulino risulta dei conti milanesi Archinto Gropallo Saporiti, che nel 1988 cedono il tratto di Roggia Mora Rocca Saporiti con i relativi edifici idraulici all'Associazione Irrigazione Est Sesia, che diviene quindi l'attuale proprietaria di Mora Bassa.

L'antico Mulino.

Intorno al manufatto aleggiano interessanti richiami di storia e di leggenda che riportano all'attività di Leonardo da Vinci, ma soprattutto al Rinascimento vigevanese vivificato dalle iniziative di Ludovico il Moro. Pare che questo complesso, che sorgeva un tempo in mezzo ai boschi, fosse qualcosa di più di un semplice Mulino come testimonia l'organizzazione interna dell'edificio, ma soprattutto la presenza di uno splendido camino ad angolo, che si trova al piano superiore, un locale più che suggestivo ed intimo: in quel Mulino la leggenda popolare dice che Ludovico il Moro incontrasse la sua amante, Cecilia Gallerani, la famosa "Dama dell'ermellino" dipinta da Leonardo. Cecilia Gallerani darà un figlio a Ludovico, ma l' amore segreto resterà chiuso dentro allo sguardo fuggente della Dama che tiene tra le braccia un Ermellino che è uno dei simboli delle casate di Ludovico il Moro...

Il Mulino sorge a pochi metri dall'antica via di comunicazione che collegava Milano a Torino, e dalle finestre del piano superiore si vedeva certamente il Castello di Vigevano, qiondi più che un Mulino era un Avamposto di controllo ma nello stesso tempo un luogo dove ritirarsi lontano dagli occhi della Corte.


Non è certamente la leggenda la constatazione che grazie alle acque della Roggia Mora, il Mulino ha inciso per secoli nell'economia, nella società e nella cultura vigevanese e che può offrire anche oggi l'opportunità di ricucire memorie, tradizioni ed economie già presenti in modo diffuso e disordinato, legami che hanno costituito per secoli la principale forza della Lomellina.


L'edificio è collocato in prossimità di un salto idraulico, creato appositamente lungo la Roggia Mora: l'acqua, prima di investire le ruote, attraversa un antico edificio di barraggio, composto da tre chiuse in sarizzo, azionate a mano e necessarie per regolare il flusso dell'acqua sui meccanismi idraulici. In prossimità del salto del Mulino vi era, un tempo, la "gora", un piccolo bacino costituito dall'allargamento a trapezio della sezione della roggia, dopo la gora, le acque della Mora raggiungono il "nervile" costituito dalle "cateratte", accessi attraverso i quali, mediante una paratoia o serranda mobile, si dava il via all'acqua o la si bloccava costringendola ad immettersi nello scaricatore (il manufatto veniva anche detto"spazzera").

La cateratta più vicina all'edificio del Mulino conduce l'acqua nella "doccia", una struttura inclinata in muratura che riduce ulteriormente la sezione della roggia, dando più velocità all'acqua; all'interno della doccia si trova e si muove la ruota idraulica.

Il nervile è servito da una passerella pedonale che, costruita a cavallo del corso d'acqua, permette la manovra delle paratoie: alzando le paratoie l'acqua entra nelle cateratte e aziona la ruota; chiudendole si blocca la struttura molitoria costringendo l'acqua a defluire nello scaricatore o se anch'esso è tenuto chiuso, a trattenersi nella gora in attesa di essere utilizzato per azionare il Mulino. Poco oltre esisteva un guado che permetteva l'attraversamento della roggia da parte dei carri con i sacchi.


Sono interessanti le indicazioni ricavate da una planimetria risalente alla metà del 1800 redatta per volere dell'allora proprietario della Sforzesca, il Marchese Apollinare Rocca Saporiti: tale documento contiene, infatti, la pianta originaria del Mulino che all'epoca possedeva due ruote di tre metri circa di diametro, posizionate subito dopo le chiuse. La distribuzione dei marchingegni interni del piano terreno rivela la presenza, in un unico locale di due macine per la lavorazione dei cereali e di una pista da riso composta da sei pistoni, perpendicolare alla Roggia.


Adiacente a tale locale si trovava la cucina e si snodavano altre piccole stanze adibite a cantina, scuderie e pollai. Al piano superiore si accedeva attraverso una scala in legno: qui si trovavano le stanze dell'abitazione del mugnaio ed il fienile. Accanto al Mulino esisteva un cassero con annesso un ampio porticato da cui si accedeva al porcile ed al forno per il pane. da decenni ormai il Muli non era stato trasformato in casa d'abitazione che disponeva di due grandi appezzamenti di terreno di cui uno a nord, formato dai depositi dell'antico gorgo e l'altro lungo la Roggia in sponda destra.

 

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